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1° Maggio 2026 Intervento 

Martina Minoletti Consiglier Comunale PS Bellinzona - 2026

Martina Minoletti Consiglier Comunale PS Bellinzon...
Care compagne, cari compagni.
Ho pensato a lungo di cosa parlare oggi. Il 1° maggio è un giorno di lotta importante e che ha segnato la storia e le storie di noi lavoratrici e lavoratori. Ho pensato così tanto che sono tornata all’origine di tutto ciò che c’è, per me, alla base anche del lavoro (chiedo scusa già in anticipo per non poter trattare tutti i molteplici temi che andrebbero trattati oggi). E parlo di una cosa che non si insegna a scuola, non si trova nei manuali di economia, non appare in nessun bilancio aziendale e manca – se posso – in molti ambienti istituzionali e politici. Eppure, è la cosa che tiene in piedi tutto il resto.
Si chiama cura. E oggi voglio parlare di questo. Ma voglio arrivarci passando da dove siamo davvero: da come il lavoro viene vissuto nel 2026, in questo cantone, in questa comunità. Perché è inutile parlare di cura se non diciamo prima, con chiarezza, in che mondo stiamo cercando di praticarla.
Il lavoro oggi è diventato una condizione che entra nella vita, che la attraversa, che spesso la invade. Contratti a termine, lavoro a chiamata, part-time imposto, false autonomie: forme diverse di un'unica logica. Non è più il sistema a farsi carico dell'incertezza: sono le lavoratrici e i lavoratori a doverla gestire ogni giorno, con i propri corpi, con la propria mente, con la propria vita.
Quando non sai se il mese prossimo lavorerai, quando devi essere sempre disponibile, sempre flessibile, quando il rapporto con il tuo datore di lavoro/datrice di lavoro si riduce a una mail, il lavoro smette di essere uno strumento per vivere e diventa una condizione che ti definisce. La persona – spesso e di esempi di questo tipo ce ne sono tantissimi -  che lavora è una risorsa intercambiabile, non un essere umano con una vita e dei bisogni. Il precario non è solo chi non arriva a fine mese: è chi non riesce a immaginare il mese prossimo. Chi non può progettare una casa, una famiglia, un futuro.
E voglio dirlo con forza: questo non è un problema di carattere individuale. Il sistema mette lavoratrici e lavoratori in una condizione strutturalmente insostenibile. La precarietà è una scelta politica. È il risultato di decenni di deregolamentazione, di indebolimento della contrattazione collettiva, di smantellamento progressivo delle tutele. È stato fatto deliberatamente, per spostare il rischio dalle imprese sui corpi e sulle vite di chi lavora. E va detto con questo nome: non è sfortuna, non è solo il mercato, non è solo la globalizzazione. È una scelta. E le scelte si possono cambiare.
Troppo spesso la sofferenza legata al lavoro viene privatizzata. Trasformata in un problema personale — "hai bisogno di gestire meglio lo stress", "dovresti imparare a staccare" — quando invece è il prodotto di un sistema che chiede sempre di più e restituisce sempre meno. È una delle operazioni ideologiche più riuscite del nostro tempo: prendere un problema strutturale, politico e farlo diventare colpa di chi lo subisce. Allora la risposta non può essere individuale. La risposta deve essere collettiva.
Nella mia riflessione per il discorso del 1° maggio, c’è sicuramente un altro tema. A me carissimo. Parlo di quel lavoro. Quello più antico, quello più quotidiano, quello più invisibilizzato: il lavoro di cura gratuito, che è ancora più sistematico, ancora più invisibile, ingiusto e non riconosciuto. Ed è quello che ha reso possibile tutto il resto però, che consente che possiamo avere vestiti puliti per poter andare a lavorare per esempio, o la cena pronta, per farne un altro. Le donne lavorano mediamente molte ore in più degli uomini ogni settimana, se si somma il lavoro retribuito a quello domestico e di cura. Ore che non compaiono da nessuna parte, che non producono nessun salario, che non generano nessun contributo AVS, nessuna pensione. Questo è il fondamento su cui poggia l'intera economia. E il sistema fa finta che non esista. La cura è ciò che tiene insieme la nostra società. Senza cura non c'è economia, non c'è lavoro, non c'è vita. Eppure, il lavoro di cura (anche quello retribuito) continua a essere invisibile, sottopagato, precarizzato. Nei foyer, negli ospedali, nelle case anziani, nei servizi sociali, si lavora con competenze e responsabilità enormi ma con risorse sempre più ridotte.
Devo dirlo chiaramente: la cura non è una vocazione. È lavoro. E il lavoro deve avere dignità. E la dignità non è una parola astratta. Significa condizioni di lavoro giuste. Significa salari adeguati. Significa tempi sostenibili. Significa poter vivere, non solo sopravvivere.
E per farlo, c’è un altro tema che è al centro del discorso: la conciliabilità vita-lavoro. Ad oggi una sfida quotidiana per molte persone, per molte famiglie. Ma non è una questione di organizzazione individuale. È una questione, anche qui, politica. Senza servizi per l'infanzia accessibili, senza strutture adeguate, senza investimenti pubblici, la conciliabilità diventa impossibile o meglio, diventa un lusso per chi può permettersela. Per questo la sezione del partito socialista di Bellinzona insieme ad altre forze politiche e sindacali, ha agito. Abbiamo lanciato l’iniziativa per la creazione di asili nido d’infanzia pubblici comunali perché Bellinzona, il settore pubblico, deve essere protagonista, non spettatore, nella costruzione di una rete di cura accessibile a tutte le famiglie. E non solo. Insieme alla collega Malacrida Nembrini abbiamo appena depositato una mozione in Consiglio comunale per chiedere una modifica del Regolamento organico dei dipendenti, che introduca il principio di conciliabilità per il personale.
Ma attenzione. Perché mentre emergono questi bisogni — più servizi di accoglienza, più strutture, più investimenti — c'è chi prova a spostare l'attenzione altrove. A costruire narrazioni che individuano il problema nelle persone, non nel sistema. Il 14 giugno siamo chiamati a votare sulla pericolosissima e xenofoba iniziativa popolare dell'UDC "No a una Svizzera da 10 milioni”. Il problema, dicono gli iniziativisti, è che siamo "troppi". Io dico che il problema è come siamo trattate/i. Chi lavora nelle case anziani, negli ospedali, nelle pulizie, nell'edilizia ticinese, spesso viene da fuori cantone. Sono frontalieri, sono residenti stranieri, sono persone con permessi che l'iniziativa vorrebbe rendere ancora più precari e ricattabili. Senza di loro, il sistema sanitario collassa. Senza di loro, le case anziani non aprono. Senza di loro, i cantieri si fermano.
Il 1° maggio non è una celebrazione, ma un momento di presa di parola e di lotta. Un momento in cui trasformare esperienze individuali in consapevolezza collettiva. Oggi voglio dirlo anche a tutte le persone che stanno lavorando mentre noi siamo qui: a chi è in turno, a chi è nei servizi, a chi lavora nei media d’informazione, a chi sta curando qualcuno, a chi suona, a operatrici/operatori culturali, a chi come qui ha cucinato, a chiunque oggi stia lavorando e che non può fermarsi. Questo 1° maggio è anche, soprattutto, vostro. Il nostro compito politico è fare in modo che il lavoro non sia più sinonimo di sacrificio silenzioso, ma di dignità.
Care compagne, cari compagni,
i diritti non si mantengono da soli. La dignità non si concede. La giustizia sociale non cade dall'alto. Si costruisce. Insieme. Con la voce alta, con l'organizzazione, con la presenza, qui, in piazza oggi pomeriggio a Lugano, e domani nei posti di lavoro, nelle assemblee, nelle trattative.
Finché ci sarà chi lavora senza contratto degno — la lotta non è finita.
Finché ci sarà chi cura le altre persone e non viene curato dal sistema — la lotta non è finita.
Finché la gratuità del lavoro di cura non sarà riconosciuta, retribuita, redistribuita — la lotta non è finita.
Non fermiamoci qui. Riempiamo le piazze. Lottiamo per i nostri diritti, senza lasciare indietro, mai, nessuna persona.
 
Buon 1° maggio a tutte e a tutte e a tutti voi. E grazie ancora per l’invito.